Si dice così e non si dice colà, vuol dire questo e non vuol dire quello!

Lo so, è una fissa professionale, forse persino una specie di deformazione paranoica, ma non posso fare a meno di spaventarmi al suono stridulo e distorto di certe definizioni diverse dal loro originale significato e finite così lontano non proprio per caso.

Talvolta sono sviste lessicali o grammaticali, più spesso sono il segno di tabù che si mascherano a nostra insaputa ostacolando la confidenza col nostro corpo e l’accesso al sapere che le parole veicolano.

Problematizzatevi ragazzi, problematizzatevi sempre!
Tuonava spesso la mia mitica prof. di filosofia e così, tra la mia curiosità congenita e l’eco dei suoi moniti, ogni volta che ho un dubbio mi tuffo sul dizionario o vado in cerca di chi può darmi spiegazioni.
Il guaio è quando, come dico alle Piccole Donne,
non sappiamo di non sapere e allora evviva le esperienze, gli inciampi e chiunque si intrometta a correggerci, sempre che non lo faccia con sgarbata e dispettosa presunzione.

Inizio con l’equivoco che più mi intristisce e provo, dal mio piccolo, a mettermici in mezzo chiedendovi di portare in giro le parole risignificate!

Ciclo mestruale
Ciclo, dal latino “giro”.
Serie di fenomeni che si ripetono identici a intervalli di tempo regolari….ciclo lunare, ciclo solare, ciclo produttivo, ciclo mestruale, ciclo stagionale.
Come non diciamo ciclo per dire plenilunio o novilunio, né per dire inverno o primavera, così è scorretto dire
ciclo per dire mestruazione.
Il ciclo mestruale infatti è quell’insieme di
modificazioni cicliche dell’organismo femminile che avvengono nell’arco di 28 giorni (circa) delle quali la mestruazione è la manifestazione più evidente.
Per caso diciamo
ciclo per dire ovulazione?!
No, appunto, perché il ciclo è un giro di accadimenti, un insieme di fasi come le stagioni.
Il ciclo mestruale comprende mestruazione, ovulazione e tutto quello che cambia meravigliosamente nel corpo della donna ogni giorno di quei 28 facendone tuttavia patire alcune, chi in ovulazione, altre mestruando, chi in fase premestruale.

So e non so come sia nato il malinteso: secondo me la parola mestruo in ogni sua declinazione fa ancora troppo impressione, vergogna, paura…sgiai si direbbe in piemontese!

Allora si ripiega sul meno appariscente ciclo e, a riprova dell’inconsapevole errata abbreviazione, mica si sente dire “ho il ciclo mestruale” per dire mestruazione.

Dire ciclo è una sorta di scorciatoia che però porta nel posto sbagliato!
Fa molto emancipate/i e libere/i dai nomignoli d’altri tempi, dal marchese alle faccende, ma è il travestimento dello stesso tabù di sempre: continuiamo a cascarci anche se le parole giuste esistono.
E non venite a dirmi che mestruazione è difficile da pronunciare quando sfoderiamo
paroloni ben più arzigogolati, inglesismi compresi.
Vogliamo un sinonimo più corto?
Bene, chiamiamolo almeno
mestruo, che scientificamente è il flusso mestruale, il sangue che fluisce, però almeno è aderente al vero.
Per concludere “il ciclo mestruale”: quando un/a professionista della salute vi chiede quanto dura il ciclo non intende i giorni della mestruazione ma l’intervallo di giorni fra una e l’altra, appunto il “ciclo” di 28 giorni, più o meno.
Menarca invece è la prima mestruazione, dunque si dice solo Menarca e non primo menarca perché di prima mestruazione ce n’è una sola.
Tutto quanto ho raccontato lo ribadisce persino l’Istituto Superiore della Sanità qui

Dal mestruo alla sua porta di uscita: la
Vulva
Ma perché non ci piace la Vulva?!
Non è tanto difficile da pronunciare, ha pure un bel suono, eppure pare non esistere!
Così la vagina è diventata la parte del tutto e così chi dice vagina, come chi dice ciclo, dice ma non dice.
Non che la vagina non esista, intendiamoci, ma sta dentro, lei non si può vedere ma la sua porta, la vulva c’è ed è un organo a parte, se pur collegato alla vagina.
Vulva da
valvae…i battenti della porta e parti della conchiglia dei molluschi che li racchiudono proteggendoli.
La vagina invece è un morbido, elastico e muscolare manicotto al fondo del quale si affaccia il collo dell’utero.
Cosa ha fatto di male la vulva per non esistere nemmeno sui testi di scuola?
Il pene c’è, la vagina pure, lo zigote sempre, la vulva…neanche un accenno!
Un altro equivoco?
Non ci credo tanto, e poi troppe assonanze con le mutilazioni femminili, l’aumentata richiesta di chirurgia intima, i foto ritocchi del porno per eliminare le piccole labbra e la repulsione per il pelo vulvare: la vulva non ci piace, non va mai bene così com’è!
Ma se il fuori è vagina il dentro cos’è, dov’è, esiste?
Guarda caso infatti per alcune persone dentro c’è subito l’utero….eh già.
Da lì a credere che il pene facendo l’amore con una donna entri subito nell’utero e che lì avvenga il concepimento, mica c’è tanta strada da fare, peccato che le cose, cioè gli organi, non siano messi proprio così.
Anche la vagina sarebbe contenta di stare al suo posto, ma niente da fare, la vulva, come il mestruo sono faccende di malefici e streghe, basta vedere quanto proprio le donne portatrici di vulva si siano scandalizzate alla visione di una innovativa pubblicità intitolata: viva la vulva!

Dalla vulva, se tutto va bene, si affaccia la vita!
Allora passiamo dalla vulva alla donna incintA e, per rispetto della grammatica, alle 
donne incintE.
Mica tanto scontato: quante volte vi capita di sentire o leggere donne in cinta?
Una roba che mi fa rabbrividire tutte le ossa.
Si poteva non sapere?
Forse sì, forse no, ma d’ora in avanti non più voi e quanti intorno a voi vi prenderete la briga di avvisare!

La Clitoride: è il suo momento, finalmente è uscita alla scoperto, se ne parla, girano manifesti e spiegoni e io ho un modellino tridimensionale colorato in formato naturale, uno rosso e uno argentato.
Se però andate a cercarla dove abita come parola originale, cioè sui vocabolari di greco, la troverete solo al femminile LA clitoride.
Questa transizione di genere è avvenuta, qualcuno scrive, per colpa di un francesismo oppure chissà chi altro l’ha mascolinizzata, e perché poi?!
Ebbene sì, ora sapete come rivolgervi alla Signora Clitoride della vostra Vulva!

Rompere le acque: la trovo un’immagine di una bellezza primordiale e per questo non correggo mai chi la usa.
Le acque sono il simbolo del legame, della mescolanza primigenia fra la madre e il/la figlio/a e solo il travaglio coi suoi sussulti li separerà per il mare che li ha uniti.
Scientificamente scorretto, perché sono le membrane del sacco amniotico che si rompono, ma simbolicamente di una poesia dal suono meraviglioso.
Le acque spessissimo si rompono in travaglio o durante il parto, pochi, e per questo si dice fortunati, nascono “con la camicia”: le membrane non si rompono e loro se le trascinano sulla testa con le acque intorno affiorando alla vita come dei palombari!